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Primo giorno di scuola: Allarme fobia scolastica!

 

Ed eccoci qui, cari bambini e cari ragazzi, ma soprattutto cari mamme, papà, docenti, insegnanti, maestri che in questo periodo stanno affrontando questo importante passaggio di crescita personale, familiare e sociale.

 

Viviamolo attraverso lo sguardo di una piccola bambina alle prese con il primissimo giorno di scuola (ogni riferimento a persone o luoghi è puramente casuale!):

 

“Driin Driin!” – ecco la sveglia che suona, la mamma questa mattina l’ha messa prima del solito, ha tante cose da fare e da pensare prima di separarsi da me. E già come farà senza di me? A cosa si dedicherà se io non ci sono?

 

Sono il centro del suo mondo fortunatamente per me!

 

Mentre sento rumori in cucina e mio padre che bisbiglia con mia madre (spero non stiano litigando ancora) penso al mio nuovo zainetto comprato al rientro dalle vacanze, al mio nuovo diario 3D e al kit di astucci e portapenne in combinato, ci avrò messo tutto? Quanto mi piacciono le cose nuove e soprattutto quell’odore di carta, per non parlare dei pennarelli e pastelli, non vedo l’ora di usarli! Chissà che mi faranno colorare e quanti giochi fare!

 

Ecco, credo che sia arrivato il momento, sento i passi di mia madre dietro la porta, ma che mi succede? Ero contenta di iniziare, ma ora man mano che sento avvicinarla una strana inquietudine mi assale, sento la mia pancia brontolare e una sensazione di malessere iniziare. Oh no! Devo proprio andare a questa “scuola”? Cosa farà la mamma senza di me? Non posso lasciarla SOLA, mentre il papà lavora.

Anche la mamma lavorava, prima che la cicogna a lei mi portasse, poi non capisco perché ha lasciato tutto per dedicarsi completamente a me, lei dice che è stata la scelta più bella della sua vita, sono diventata il suo senso! Che bello!

 

Sono il centro del suo mondo fortunatamente per me!

 

Però ho sentito l’altra volta mia zia che parlava delle difficoltà lavorative di una donna e anche di un certo fertilityday, ma roba da grandi sentite a me, io non ho nonni o tata, e quindi la mia mamma si è sacrificata per me! Ora che figlia sarei se me ne andassi così, lasciandola sola tutto il dì?

 

La mia mamma è ora accanto al mio letto, crede che stia dormendo, mi sfiora con una carezza la fronte e si siede sulla sponda e inizia a chiamare dolcemente il mio nome. Incomincio a sentirmi veramente male, mi giro verso di lei e nei suoi occhi mi sembra di vedere un velo di malinconia camuffata dietro ad un sorriso, ma io la vedo mamma, non fingere proprio con me, non posso andare, con te voglio restare! Inizio a piagnucolare e qualche parola senza senso a farfugliare, mia madre non capisce cosa mi accade, mi cerca di tranquillizzare e mi abbraccia e mi continua a coccolare: è proprio così che voglio stare!

 

Arriva il mio papà: “Si sta facendo tardi, che succede di qua?”

“Guarda, caro, sta male,non posso lasciarla andare!”

“Suvvia cara, sarà l’emozione, diamole il tempo di abituarsi a questa situazione!”

Il dolore mi piega in due, devo vomitare, la nausea mi assale!

“Dai, per oggi non fa niente, lasciamola riposare!” ed iniziano a litigare!

Oh no, lo sapevo, litigano per me!

 

Sono il centro del loro mondo, che colpa ne ho ahimè!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ansia non va in vacanza

 

Definizione.

 

Come riconoscere l’ansia? Possiamo definire l’ansia come uno stato affettivo generalizzato, caratterizzato da una sensazione inspiegabile di pericolo verso qualcuno o qualcosa non definibile, che porta il soggetto a vivere in un perenne stato di preoccupazione e agitazione. Le emozioni dominanti sembrano essere quelle della paura e dello spavento.

 

Sintomatologia

 

Molto spesso i sintomi che accompagnano tale stato possono essere identificati con una sensazione di pesantezza e di oppressione, il respiro diventa corto e accelerato, si tende all’iperventilazione e ad una spiacevole e generalizzata sensazione di disagio molto spesso improvvisa e passeggera, infatti, se ne viene richiesto il motivo, il paziente difficilmente ne sa spiegare la causa e/o l’origine. Per questo, a volte, un elevato stato d’ansia si accompagna alla sintomatologia caratterizzante l’Attacco di Panico (per un approfondimento si rimanda ai criteri così come presentati dal DSM V), ma non solo.

 

Identikit della persona ansiosa.

 

Tale stato di pre-occupazione, come ci suggerisce la stessa parola, è legato molto spesso ad un evento che ancora deve accadere, che ancora ci deve “occupare” appunto, ma per chi lo vive l’esperienza è quella di non riuscire a gestire neanche il solo pensiero della sua imminenza. Il futuro viene, dunque, vissuto come una minaccia, come qualcosa che esula dal proprio controllo, in completa balia dell’ignoto e quindi inaccettabile. Insomma, sono quelle persone che si “fasciano la testa prima di rompersela” e che “mettono sempre le mani avanti”, per paura della sofferenza sottostante tali conseguenze incontrollabili. Possiamo, infatti, trovarci di fronte da un lato sia a soggetti ipercontrollati e ipercontrollanti, che riescono a gestire alti livelli d’ansia con modalità ossessive e ripetitive, sia dall’altro lato a soggetti completamente invasi dall’ansia, disorganizzati, che “vomitano” addosso all’altro ogni cosa, incapaci di contenere tali livelli e gestirli in maniera più consapevole, vivendo in completa balia della paura di “sbagliare” e che, nei casi più gravi, arrivano a rinchiudersi totalmente nelle loro case, credendo di evitare così il pericolo di vivere e di soffrire. Molto spesso ci troviamo di fronte a persone che hanno vissuto eventi traumatici, per cui la loro paura può provenire da un’esperienza reale non completamente risolta e le cui schegge rimangono in circolo, avvelenandone l’esistenza. Quindi, come possiamo ben comprendere, non è la presenza o meno dell’ansia a far problema, tutti almeno una volta, se non di più, nella vita siamo stati in sua balìa, ma le modalità utilizzate per gestirla possono ridurre le possibilità di benessere psicofisico e relazionale se diventano eccessivamente rigide e riduttive per il soggetto, appiattendo così i propri orizzonti di possibilità.

 

Trattamenti

Diverse possono essere i trattamenti, ovviamente dipende dalla gravità del caso che ci troviamo di fronte: essi possono andare da interventi psicoterapeutici, che possono essere più o meno affiancati da trattamenti farmacologici, in collaborazione con gli psichiatri, a interventi anche brevi. Ma quale sia il trattamento utilizzato, l’obiettivo vuol essere quello di portare il soggetto:

- riappropriarsi del proprio “potere” di sentire, pensare ed agire, aumentandone il ventaglio delle possibilità di scelta;

-a vivere e godere nel momento presente, collegato armoniosamente con il passato e il futuro;

-a ritornare al momento in cui il flusso e il collegamento spazio-temporale si è interrotto a causa di un’esperienza traumatica e ripristinarlo;

-a guardare al futuro come promessa, trasformando i pensieri ossessivi bloccanti in pensieri previsionali e pre-meditati, finalizzati al raggiungimentodel proprio progetto di vita.

 

 

 

 

 

 

Padre assente? Un mito da sfatare.

Ieri, 18 Marzo 2016, nell’ambito dell’evento “Genitori & figli”, organizzato dagli psicologi del gruppo IPPIC presso la libreria Mondadori di piazza Vanvitelli a Napoli, ho affrontato il tema della Coppia coniugale e genitoriale, nell’ottica viene prima l’uovo o la gallina? Sono dunque partita dalla frase di J. Bowlby “Se una società vuole veramente proteggere i bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori” per sottolineare l’importanza di concentrasi sempre di più sul presente, i genitori, la coppia, costruendo così basi per poter pensare e costruire un solido futuro, simbolicamente rappresentato dai figli, i grattacieli di domani.

La coppia coniugale, etimologicamente “cum”, reciproco, e jugum, gioco, deve dunque essere intesa come quell’area di gioco dove si intrecciano la dimensione fantasmatica con quella intersoggettiva, quella introiettiva con quella proiettiva di ciascun individuo coinvolto, dando vita ad una “terza” dimensione del tutto nuova.

Il concetto di terza dimensione è prettamente sistemico e potremmo condensarlo nella formula“1+1=3”, due unità che danno vita ad un terzo elemento, ossia il NOI, inteso sia come la relazione di coppia, in cui rientrano le modalità di interazione tra i singoli membri, le storie relazionali pregresse con la propria famiglia d’origine e i propri antenati, i giochi di ruolo parentali e le proiezioni reciproche sviluppate (Sullivan 1962; Satir, 1964), sia l’”assoluto” di coppia, inteso quale “rappresentazione condivisa che i due partner hanno della loro coppia e su cui si struttura il loro sentimento di appartenenza” (Caillè)

 

Ma cosa accade alla coppia con la nascita di un figlio? Sia esso il primo, il secondo ecc…?

In queste circostanze l’armonia della coppia, conquistata fin a quel momento, viene meno, occorre dunque che la coppia sia pronta a riadattarsi, ad evolvere e cambiare di fronte a questo evento. Ecco che il triangolo si ribalta e alle singole identità si affiancano specifiche funzioni.

 

Tale cambiamento porta così la coppia a intraprendere un viaggio che tenga in considerazione tutti questi aspetti, identità e funzioni, che divengono difficili da gestire soprattutto se molto spesso non si è “terapeuticamente” accompagnati

Più che dunque puntare il dito e dire “padre assente” occorre accompagnare questo padre a comprendere come entrare all’interno del territorio condiviso e molto spesso escludente creato dal rapporto madre-figlio/a. A mio avviso, molto si è scritto a riguardo, sottolineando l’importanza delle attività ludiche del padre, ma vorrei ritornare sul significato etimologico di coniugi, al fine di sottolineare come queste attività ludiche debbano essere attività condivise, al fine di creare spazi comuni, in cui divertirsi e creare nuove possibilità di essere insieme, così come si condividono responsabilità, diritti e doveri, nel nome della reciprocità ed dell’equità

 

Dr.ssa Letizia Servillo.

 

 

 

 

L’adolescenza come fase di sviluppo: tra ansie di valutazione paralizzanti e movimenti attivi di affidamento.

 

“Rendimi il tempo della mia adolescenza, Quando ancora non ero me stesso, se non come attesa. Rendimi quei sentimenti che mi tormentavano la vita, quelle pene strazianti, che pure adesso rimpiango. La mia giovinezza!…Basta. Sappi rianimare in me la forza dell’odio, il potere dell’amore.” (Goethe, Faust)

 

Si tende di solito a descrivere l‟adolescenza come una fase del ciclo di vita caratterizzata da compiti evolutivi e dal modo dell’adolescente di farvi fronte (coping).

 

Tali compiti evolutivi, intesi come una serie di tappe che l‟adolescente deve affrontare e superare per poter passare dalla condizione di bambino a quella di adulto, rappresentano il nucleo centrale di quella che viene definita crisi adolescenziale.

L’adolescenza è, infatti, l’età delle tempeste emozionali, degli innamoramenti irrazionali e degli odi ciechi, delle prese di posizione estremistiche, della fiducia smisurata nelle proprie forze e della disperazione per i propri limiti, della voracità intellettuale e sentimentale e della rinuncia romantica fino all‟autodistruzione.

La trasformazione, dunque, non riguarda solo il corpo, ma investe anche il funzionamento mentale nel suo complesso: cambiano i desideri, le opinioni, i pensieri.

 

La caratteristica che assume allora l‟adolescenza è quella di essere un momento di crisi, di passaggio, di “turmoil” (Freud, 1957), un periodo durante il quale il soggetto vive una “crisi di identità” (Erikson, 1968).

Però, inoltre, bisogna anche sottolineare che, in relazione al fatto che l‟adolescenza, oggigiorno, sembra prolungarsi indefinitamente ed avere delle caratteristiche più sfumate e meno conflittuali, la si tende anche a considerare come un periodo molto più lungo e con caratteristiche meno nette.

 

Possiamo dunque brevemente citare, senza la presunzione di essere esaustivi, gli elementi che maggiormente caratterizzano questa fase della vita.

In primo luogo, la maturazione fisica: la pubertà. Questo periodo, infatti, è contraddistinto dalla maturazione sessuale, sia sul piano fisiologico, che psicologico e intellettuale.

 

In secondo luogo, come sottolinea Piaget (1967), la fase evolutiva che l‟adolescente sta vivendo dal punto di vista cognitivo, è questo, infatti, lo stadio dell‟intelligenza formale e del pensiero ipotetico-deduttivo.

Tale capacità appare uno degli elementi preponderanti per l‟attivazione dei meccanismi di differenziazione e integrazione del sé, fondamentali per lo sviluppo di una propria identità personale.

 

L‟adolescente diviene, così, in grado di manipolare rappresentazioni, idee, teorizzazioni che se, da un lato, lo allontanano dalla realtà concreta, dall‟altro, gli consentono di proiettarsi nel futuro, programmando la propria vita, individuando così le difficoltà e vivendone le ansie.

In terzo luogo, in questa fase è possibile notare la riattivazione istintuale sia sessuale che aggressiva, frutto della maturazione fisica-puberale, che porta l‟adolescente a riproporre, nel suo comportamento, atteggiamenti infantili, che gli rendono difficile il compito di controllare le sue stesse pulsioni.

 

“L‟adolescente appare quindi animato da una tensione istintuale nuova che lo eccita, lo rende turbolento, insofferente, aggressivo e pone in crisi i suoi consueti meccanismi di adattamento. Egli vive una condizione di turbolenza data da una personalità che è ancora abbastanza infantile da mantenere il ricordo dell‟infanzia, ma è anche sufficientemente adulta, per immaginare come ci si senta da adulti. Taluni pensieri, sentimenti e idee dell‟infanzia allora sopravvivono e si accordano bene con gli stati mentali successivi, altri non si accordano e ciò crea confusione” (Bion, 1982).

 

In questa confusione, egli cercherà nuovi approdi, da un lato, intensificando i processi di identificazione con i genitori, dai quali sta anche tentando di individuarsi, dall‟altro, cercando nuovi elementi di identificazione (il gruppo dei pari, il professore, il partner …).

 

Infatti, “la vicenda adolescenziale, tumultuosa e conflittuale, si snoda nell’appartenenza ai diversi sistemi relazionali: la famiglia, i pari, gli adulti. […]. Le sue esigenze di crescita troveranno adeguato sostegno SE l’adolescente potrà sperimentare l’appartenenza al sistema familiare dal quale attingere protezione e contemporaneamente partecipare al sistema relazionale degli adulti ricavandone una spinta a cimentarsi nella lotta e a impegnarsi per la realizzazione del successo.” (Baldascini, 1996)

 

L’individuazione dell‟adolescente è, infine, la conclusione di questi cambiamenti strutturali, senza i quali la scoperta di nuovi oggetti d‟amore extrafamiliari è preclusa ed impedita o rimane ristretta alla semplice ripetizione e sostituzione (Blos, 1979).

Nel suo percorso, in sintesi, verso l’individuazione del sé, l’adolescente non richiede più alla famiglia la presenza costante che aveva richiesto fino alla fanciullezza.

La capacità di costruire propri pensieri rispetto a se stesso, agli altri ed al mondo in generale lo portano ad entrare in conflitto con le stesse figure che erano state la base sicura, realmente esistente o desiderata, degli anni precedenti.

 

Dott.ssa Letizia Servillo

 

Bibliografia

FREUD, A., (1957). Adolescenza, in Opere, vol. II. Torino: Boringhieri (1979)

ERIKSON E., (1968) Identity Youth and Crisis, trad.it. Gioventù e crisi di identità, Armando, Roma, 1974, 1980

PIAGET, J. Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia. Torino: Einaudi, 1967

BION, W.R. (1982), La lunga attesa. Autobiografia 1897-1919. Roma: Astrolabio, 1986

Baldascini L. (1996). Vita da adolescenti. Franco Angeli, Milano

BLOS, P., (1979). The adolescence passage, trad. it. L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi del suo sviluppo. Roma: Armando,1993.

 

http://www.ledonline.it/index.php/ECPS-Journal/article/view/550

 

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"Mary Poppins nella realtà: ombre e sfaccettature della donna di oggi".

Dalla mia esperienza clinica, ho incontrato molte pazienti “donne” che nella loro storia personale ripetevano un elemento comune, quello di prodigarsi per gli altri, di aiutarli a risollevarsi in un momento difficile della loro vita, molto spesso uomini, e poi essere accantonate una volta passato il bisogno senza neanche un “grazie” come se tutto fosse dovuto, con un senso di frustrazione e rabbia, che le portava poi a trasformarsi in vere e proprie Medee distruttive nei confronti dei mal capitati (molto spesso con sindromi naricisistiche, negate, scisse e proietatte) o di se stesse. Man mano che procedevo nella mia esperienza clinica si faceva sempre di più presente nella mia mente l’immagine di Mary Poppins. Tutti conosciamo il noto personaggio della Disney, sono due i film che sono stati ispirati da questa storia (Mary Poppins appunto e Saving Mr. Banks), il primo più di fantasia, il secondo con uno sguardo molto più clinico e attento alla storia familiare dell’autrice e scrittrice Pamela Travers, elementi reali che sono stati poi magistralmente trasformati in una storia di magia e “sacralità”. Ma quale è il profilo di questo personaggio? È una donna che arriva in soccorso di “bambini”, al fine di “aggiustare” le modalità relazionali di una famiglia piccolo-borghese che riversa in una vera e propria situazione di trascuratezza e assenza affettiva. Ma cosa s-muove (muovere dentro) questo personaggio ad andare sempre in soccorso degli altri, operando dietro le quinte? Per poi una volta risolta la questione, riprendere la sua borsa e ombrellino e ripartire alla volta di una nuova e ripetitiva esperienza (coazione a ripetere), dimenticata e non riconosciuta nel suo fondamentale ruolo? (su questo punto sembra essere emblematica la conversazione finale tra Mary Poppins e l’ombrellino-pappagallo). È nel secondo film che sembrano trovarsi le origini di tale comportamento, che affondano nella storia familiare della stessa Pamela Travers. Infatti, ogni personaggio del primo film sembra impersonare aspetti interiori e scissi dell’autrice stessa, la sua parte infantile affettivamente trascurata, il mito di un padre che non può essere riconosciuto come assente in quanto tragicamente perso per cui la rabbia viene soppressa e indirizzata verso una madre a sua volta indisponibile. Sembra dunque che questa particolare tipologia di “donne” cerca attraverso il proprio comportamento di “aggiustare” una relazione coniugale genitoriale fallimentare, è proprio questo quello che si ripete, il tentativo di aggiustare fuori ciò che in realtà appartiene a un dentro. Donne che si ritrovano così inconsapevolmente a stringere relazioni che hanno come marchio proprio quello dell’ingratitudine. Parafrasando Melanie Klein, solo chi AMA veramente, può essere capace di VERA gratitudine. Ma questa è un’altra storia, che approfondiremo in un prossimo articolo. Alla prossima miei vari lettori.

Dr.ssa Letizia Servillo.

 

Psicologa/Psicoterapeuta Napoli - Dr.ssa Letizia Servillo

 

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